Rental Family (Hikari, 2025): Recensione
Finalmente il 19 febbraio è uscito in sala il nuovo film della regista giapponese Hikari, Rental Family, che è stato molto acclamato dalla critica e viene presentato e descritto come la commedia più dolce e commovente dell'anno. Il cast comprende il premio oscar Brendan Fraser e la parte nipponica: Takehiro Hira, Mari Yamamoto e Akira Emoto.
Attualmente ha raccolto circa 20 milioni di dollari nel mondo.
Parliamone.
Analisi
Rental Family è un' accorata ma realistica dichiarazione d'amore al Giappone, ne mostra tanti aspetti, sia poetici e positivi, sia sociali e negativi.
Alla base di tutto c'è la solitudine: tutti sono soli.
Tutti cercano qualcuno che li "guardi", e anche chi aiuta gli altri ad essere visti risulta solo.
L'estrema educazione, il contenimento e la discrezione del popolo giapponese vengono mostrati come un punto di forza e allo stesso tempo di debolezza.
Mentre la conformità a cui sono tenuti ad aderire viene interpretata come un limite alla libertà.
Allo stesso tempo il Giappone non ha bisogno di trucchi o di scenografie particolari: è già perfetto.
Interessante anche la dimensione panteistica/spirituale dello Shintoismo, grande fede di uno dei personaggi (nonché del Giappone), questi aspetti rendono profondamente affascinanti luoghi, racconti e vite dei protagonisti.
La riflessione proposta invita alla cura dei legami, sempre più fragili, in Giappone come nel mondo.
-Brendan Fraser-
L'attore, premio Oscar per The Whale nel 2023, è qui ad un'intensità meravigliosa, ma anche ad un punto di grande controllo.
Trasmette sentimenti ed emozioni senza mai straripare e riuscendo a regalare una lacrime ed un sorriso quasi allo stesso momento.
Credo che solo ora che ha smesso i panni dell'eroe, dell'avventuriero e del belloccio, abbia davvero trovato il suo grande talento come attore.
-scenografia e fotografia-
Il Giappone, come spiegato nell'analisi, è mostrato così com'è, tanto nella natura quanto nella città.
Non ha bisogno di sovrastrutture ed è davvero incantevole, mostrato senza stereotipi e senza banalità.
Le luci fredde sono un taglio coerente e continuo, che regala al film una certa malinconia.
Ma infatti...io ho pianto...non ho sinceramente capito dove sia una "commedia" questo film.
-regia e sceneggiatura-
La regista si prende il tempo che le serve per raccontare i personaggi, che diventano quasi un tutt'uno con la città prima e con la natura poi, in un'ottica perfettamente animista e panteista, le idee mano mano svelate della sceneggiatura sono, come in un effetto Matrioska, sempre più introspettive e sempre più drammatiche.
Hikari ha sia diretto che scritto il film, e riesce a scavare nel profondo di quanto mostra, senza paura di andare troppo in fondo.
- tecnica-
Ho visto il film in originale e nonostante questo ho subito il doppiaggio, o meglio "autodoppiaggio" di alcuni dei protagonisti (in particolare della bambina: Mia), il suono in presa diretta sarebbe stato migliore.
Voto: 8



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